Palazzo Zabarella
Una casa simbolo e la sua lunga storia
La storia di Palazzo Zabarella corre in parallelo con la storia della città sin dall’VIII secolo a.C.
L’area in cui sorge è ricca di testimonianze di epoca romana, mentre il nucleo medievale della costruzione, che include la torre e il corpo centrale, è databile tra il XII e il XIII secolo. Con il passare dei secoli ne rimane sostanzialmente immutata l’organizzazione interna, mentre la facciata diviene oggetto di numerose trasformazioni che adeguano via via il palazzo agli stili del tempo.
L’architetto Danieletti e i pittori Borsato ed Hayez lasciano su di esso i segni più importanti.
Il 5 ottobre 1996, dopo quasi dieci anni di attento restauro e scavi archeologici, il complesso di Palazzo Zabarella riprende vita, ricoprendo nuovamente le funzioni che lo contraddistinguevano in epoca medievale, ovvero luogo di rappresentanza il palazzo, sedi di attività commerciali le adiacenze.
- EPOCA PREROMANA Lo scavo archeologico, che ha interessato un’area di circa 300 metri quadrati, ha raggiunto lo strato dell’insediamento protostorico, inserito nel porto fluviale che sorgeva sulle rive del ramo principale del Brenta.
Come documentato dal sondaggio in profondità, i più antichi livelli di occupazione di questo settore risalgono agli inizi dell’VIII secolo a.C., sebbene recenti indagini abbiano dimostrato la frequentazione dell’area fin dall’età del Bronzo. In corrispondenza dell’angolo nord-est dello scavo è stato rintracciato l’impianto di una abitazione a pianta rettangolare con pavimento in terra battuta, pareti presumibilmente in legno intonacato con limo e il piano di un focolare situato al suo interno. Nel vasto spazio esterno, invece, sorgeva un piccolo impianto per la lavorazione dei metalli. - EPOCA ROMANA Tra la fine del II e gli inizi del I sec. a.C. il complesso assume sempre più le fattezze della casa-laboratorio di un artigiano, anche se in realtà raggiunge il massimo del suo splendore all’inizio dell’età imperiale. Nell’arco delle successive ricostruzioni risulta evidente l’arricchimento dei committenti, testimoniato anche dalle pregevoli pavimentazioni a mosaico che sono state rinvenute nella fascia nord e dalle pareti affrescate della sala del triclinio. Attorno al III-IV sec.d.C. risalgono successivi interventi di ricostruzione che indicano prima un progressivo decadimento e in seguito un’effimera ripresa, ma anche Padova risente del tramonto della civiltà romana e ne subisce le conseguenze.
Dopo questi ultimi momenti di vita, cui seguirà la distruzione della città ad opera di Agilulfo nel 602 d.C., cala il silenzio su questo settore urbano, che viene sistematicamente spogliato dei resti murari romani quasi fino alla completa cancellazione. - ETA’ MEDIEVALE Sopravvissuta faticosamente alla distruzione longobarda e privata della sede vescovile a favore di Monselice, Padova torna ad avere la dignità di città intorno al 1049, quando l’Imperatore Enrico III concede la possibilità di battere moneta.
Da questa data si inanellano numerosi eventi che aiutano Padova a definire in modo più preciso il suo ruolo nel contesto regionale: la partecipazione alla vittoriosa lotta dei Comuni italiani contro l’Imperatore Federico I di Svevia, il Barbarossa; la fondazione nel 1222 dell’Università – il famoso Studio – secondo solo a quello di Bologna; l’invenzione del mito del Troiano Antenore, fondatore della città, attraverso il ritrovamento delle sue spoglie; ma soprattutto l’ascesa della Signoria Carraresi. - DAL RINASCIMENTO AL NEOCLASSICISMO Vi è un segno costante nella storia del palazzo durante i secoli in cui rimane in possesso degli Zabarella: la consapevolezza del ruolo di simbolo della ricchezza e del peso politico della famiglia, rappresentata da un edificio riconoscibile e associato al proprio nome nella toponomastica urbana. Questa consapevolezza si concretizza nella ripetuta scelta di trasmettere integra di generazione in generazione la proprietà del palazzo ai discendenti maschi più prossimi. In particolare, appare significativo il caso dei fratelli Giovanbattista e Lepido Zabarella che, ricevuto il palazzo in eredità, affrontano la necessità di regolarizzare un complesso disarticolato e spesso inadeguato alle funzioni svolte. I rilievi e i progetti del tempo, ad opera di Tommaso Sforzan, testimoniano una struttura principale articolata su due corpi innestati sulla torre medievale, spazi scoperti con le usuali pertinenze di servizio, pozzo comune ed un giardino nella parte settentrionale del lotto.
- OTTOCENTO L’impronta di Giacomo Zabarella, ultimo discendente della dinastia, e della moglie Anna sono da ravvisarsi non solo nella riorganizzazione degli spazi, ma soprattutto nella decorazione della dimora, improntata, secondo la moda del tempo, à l’antique. L’opera fu commissionata a tre pittori che, accompagnati da grande fama, avevano da poco concluso gli interni del Palazzo Reale di Venezia: Giuseppe Borsato (1771-1849), Giovanni Carlo Bevilacqua (1775-1849) e un giovane Francesco Hayez (1791-1882), che tra il 1818 e il 1819 affrescarono l’abitazione di Giacomo e Anna. Le opere di questi artisti rispecchiano il gusto senza tempo di un’epoca, orientato al recupero delle forme e dei modelli dell’arte greca e romana, gusto risultante dal un atteggiamento etico ed estetico che attraversò ogni manifestazione della creatività tra fine Settecento e inizio Ottocento e che viene comunemente definito “neoclassicismo”
- NOVECENTO Morendo senza eredi nel 1846, Giacomo segna l’estinzione della sua famiglia e quindi del nome degli Zabarella. Per qualche decennio il palazzo resta residenza della moglie Anna e successivamente ai discendenti di lei. Per vendita passa poi ad altri, rimanendo comunque dimora privata, fino a quando, nel 1920, il Credito Veneto lo acquista per farne la propria prestigiosa sede centrale. Inizialmente non vengono operati sostanziali interventi, ma già dal 1925 si rendono necessari lavori di ampliamento. Il risultato è di grande effetto e, insieme, funzionale: viene realizzato un ampio emiciclo, a due piani, rispecchiante l’atmosfera neoclassica dell’atrio del Danieletti. Nel vestibolo antistante la stanza con il camino, pitture murali a tempera replicano i modelli decorativi dello scalone, raffigurando all’interno di medaglioni quattro figure femminili sedute, due delle quali accompagnate da putti. Dopo il secondo conflitto mondiale, l’edificio divenne sede della Società del Casino Pedrocchi, che ne divise l’emiciclo del piano superiore per creare la sala da ballo.




