Presentazione della mostra

La grande mostra che Fondazione Bano e Fondazione Antonveneta proporranno dal 2 ottobre al 27 febbraio a Palazzo Zabarella non è una pur interessante parata di “mezzibusti”, tutt’altro: il tema del ritratto vi è analizzato nel senso più esteso, dall’immagine del volto, alla figura intera, di gruppo, familiare e non, in situazioni ufficiali, mondane o intime. Insomma tutto il caleidoscopio di una società nei vortici di una velocissima, potentissima trasformazione. L’Ottocento visse cambiamenti sociali e politici impensabili che mutarono il mondo e l’uomo. E l’arte li registrò e spesso li anticipò.

Canova e Modigliani sono stati simbolicamente posti da Fernando Mazzocca, Carlo Sisi, Francesco Leone e Maria Vittoria Marini Clarelli, curatori della grande esposizione, a perimetrare l’indagine che essa dipana. L’uno a testimoniare il grande classicismo, il secondo l’irrompere del nuovo. A dire quanto gli artisti di questo secolo abbiano, forse più che in ogni altro, dovuto misurarsi con l’individuazione di modalità originali nell’arte del ritratto, basti un dato: l’entrata in scena di un mezzo nuovo, concorrenziale e stimolante, la fotografia.

“Ciò che la mostra presenta – annota Federico Bano, Presidente della Fondazione Bano – è una storia tutta italiana, senza però raccontare una vicenda autarchica, anzi. Gli artisti italiani vivono in un ambiente di scambi internazionali, influenzano e sono influenzati, avvertono e si confrontano con le novità, e nella mostra questo si avverte in pieno. E’ una mostra cui tengo molto, perché trovo affascinante il tema del ritratto, genere cui si debbono capolavori sommi della pittura, anche nell’Ottocento, secolo tra i più complessi, di grandi cambiamenti, meglio di sconvolgimenti. Un secolo che offre ancora spazi per ulteriori interessanti riflessioni, come questa mostra conferma”.

In età napoleonica, sotto le insegne del “Bello Ideale” prendeva forma l’obiettivo di coniugare la realtà psicologico-intellettuale degli effigiati con la loro rappresentazione ideale. Antonio Canova, Lorenzo Bartolini, Bertel Thorvaldsen, Jean-Auguste-Dominque Ingres, Andrea Appiani, Giuseppe Bossi, Pelagio Palagi, e i numerosi stranieri presenti in Italia si misurarono sul terreno di questa complessa sfida.

Con l’aprirsi della stagione romantica, artisti come Francesco Hayez, Pelagio Palagi o lo stesso Bartolini, ma anche figure più territoriali come Giovanni Tominz a Trieste, Gaetano Forte a Napoli, Pietro Ayres a Torino, Giuseppe Bezzuoli a Firenze, Adeodato Malatesta in Emilia, Placido Fabris a Venezia, Giuseppe De Albertis e Molteni a Milano, interpretano in chiave intimista l’arte del ritratto o, su un altro versante altrettanto emblematico, creano le effigi mondane e sfarzose della nuova classe borghese.

Saranno immagini destinate a connotare l’immaginario collettivo dell’Ottocento e sono ancora in grado di catturare passioni, stati d’animo e moti interiori. Intanto la tipologia ben codificata del ritratto d’artista rivela una grande forza introspettiva e soluzioni di assoluta originalità, se pensiamo agli autoritratti di Tominz, Giacomo Trécourt. In un ambito analogo i dipinti di Jean Alaux, Carlo Canella e Angelo Inganni hanno inserito i ritrattati nello spazio privato dei loro atelier. La stessa forza espressiva, insieme a soluzioni compositive inedite, si rivela nei ritratti di Manzoni di Hayez e Molteni, di Byron a Missolungi di Trècourt o nelle straordinarie immagini dei protagonisti delle scene teatrali, come il tenore Giovanni David di Hayez.

Poi le istanze del naturalismo rinnovano il genere, dando ascolto alla voce del Vero. Se alcuni artisti di grande valore, come Hayez hanno saputo reggere ancora il confronto con la nuova era e un grande outsider come il Piccio è stato interprete in Lombardia di una grande tradizione che scorre ininterrotta da Leonardo ad Appiani, sarà la Firenze dei Macchiaioli ad offrire in chiave verista gli esiti più significativi. Le straordinarie sperimentazioni di Giovanni Fattori o Silvestro Lega tra gli anni ’50 e ’60 si sono ricongiunte alle indagini naturalistiche di Puccinelli, Giovanni Morelli e Bernardo Celentano.

Mentre il prepotente e conflittuale rapporto che si instaura con la fotografia a partire dagli anni sessanta è ben documentato dalla presenza di Vincenzo Gemito, dagli autoritratti di Francesco Paolo Michetti o di Alessandro Guardassoni davanti alla macchina fotografica.

Dopo l’unità d’Italia il ritratto seguirà straordinari percorsi sperimentali, toccando vertici difficilmente eguagliati nel resto d’Europa. Abbandonando il principio di verosimiglianza e cercando soluzioni inedite per rappresentare il mondo interiore dei ritrattati, la grande e lunga stagione del Simbolismo produrrà capolavori assoluti. Prima la Scapigliatura di Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni, poi il Divisionismo di Giuseppe Pellizza da Volpedo, quindi il Simbolismo che fa riferimento all’estetismo di Gabriele D’Annunzio ed elabora i nuovi miti della modernità con Giovanni Boldini, Ettore Tito, Mosé Bianchi, Giacomo Grosso, Vittorio Corcos, Cesare Tallone, porteranno a nuovi e altrettanto suggestivi esiti sia sul piano compositivo che delle soluzioni pittoriche.

Si raggiungeranno così quei confini che preludono al Novecento, rappresentato in mostra dai dipinti ancora divisionisti, e pertanto proiettati nell’Ottocento, di Giacomo Balla, di Umberto Boccioni e di Gino Severini. Iniziava così un’altra storia che avrà come centro quella Parigi che intanto aveva accolto come protagonisti lo stesso Severini e un grande italiano come Modigliani.