Il Simbolismo in Italia con Federico Bano

La nostra attività espositiva si è andata sempre più qualificando negli ultimi dieci anni per l’importanza delle mostre monografiche dedicate ai grandi protagonisti della pittura italiana ed europea, come Mengs (2001), Picasso (2002-2003) e De Chirico (2007), ma con un particolare interesse nei confronti dell’Ottocento italiano, valorizzato attraverso le rassegne di grande successo su Hayez (1998-1999), Boldini (2004-2005), Telemaco Signorini (2009-2010), e sul ritratto in Italia in quel secolo (2010-2011). Nel caso invece dei Macchiaioli (2003-2004), l’iniziativa che ha ottenuto la maggior affluenza di pubblico, l’operazione ha riguardato un grande movimento artistico riscoperto e rivalutato proprio nella sua dimensione europea.

Con il Simbolismo in Italia la Fondazione Bano è riuscita a realizzare, grazie al lavoro di un qualificato comitato scientifico dei tre curatori Maria Vittoria Marini Clarelli, Fernando Mazzocca e Carlo Sisi, un altro evento decisivo per la sua portata culturale e mediatica. Si è trattato, anche in questo caso, di restituire, per la prima volta in una mostra, il respiro europeo di un movimento che ha cambiato il corso della pittura italiana, facendola entrare nella modernità ed anticipando il Futurismo. L’esperienza del Simbolismo, che si è svolta tra Ottocento e Novecento, ha infatti attraversato due secoli riuscendo ad interpretare insieme gli entusiasmi e le inquietudini della cosiddetta Belle Époque.

La forza del Simbolismo è stata quella di rappresentare in pittura, penetrando anche nel territorio dell’inconscio, i grandi valori universali dell’umanità – il senso della vita e della morte, la fantasia, il sogno, il mito, l’enigma, il mistero – in un momento in cui l’avanzare del progresso scientifico e tecnologico appariva minacciarli. Questa straordinaria avventura artistica è stata ricostruita attraverso i quadri, tra cui alcuni capolavori ormai entrati nell’immaginario collettivo, dei suoi protagonisti. Se Segantini e Previati rappresentano le due anime del movimento, una più legata alla dimensione della realtà naturale, l’altra a quella del sogno, Pellizza da Volpedo e Morbelli confermano come il Divisionismo italiano, assolutamente all’altezza delle altre avanguardie europee, abbia raggiunto i suoi risultati più alti proprio quando, creando l’ “arte per l’idea”, è passato dal realismo alle istanze simboliste.

Rispetto al clima milanese, rappresentato da Segantini, Previati, Pellizza e Morbelli, la situazione appare molto diversa a Roma dove, anche per l’influenza di d’Annunzio, i grandi protagonisti come Sartorio e De Carolis hanno elaborato una pittura che si rifaceva alla tradizione, soprattutto al Rinascimento, e privilegiava il mito o l’allegoria seguendo le orme dei Preraffaelliti inglesi come Rossetti, Holman Hunt e Burne-Jones.

Come è avvenuto con la mostra di Signorini, anche questa volta abbiamo inteso documentare il rapporto con i grandi simbolisti stranieri presenti in Italia, come Böcklin, Klinger, von Stuck, Klimt, conosciuti soprattutto attraverso le Biennali di Venezia, che furono appunto delle straordinarie occasioni di confronto internazionale. A questo proposito è stata fondamentale la ricostruzione, attraverso una serie di opere emblematiche selezionate da Maria Flora Giubilei (che voglio ringraziare per il suo impegno), della famosa Sala del Sogno allestita alla Biennale del 1907, vista come la consacrazione ufficiale di un movimento, appunto il Simbolismo, in cui si riconosceva meglio lo spirito nazionale.

Non vorrei tralasciare la presenza, oltre alle opere dei pittori italiani e stranieri appena ricordati, di alcuni capolavori di Chini, Nomellini, Boccioni, e Casorati proprio per testimoniare l’importanza dell’adesione al Simbolismo di alcuni protagonisti del nostro Novecento. Una magnifica scelta di sculture, di Bistolfi, Canonica, Andreotti e una cospicua sezione, infine, dedicata alla grafica, dove prevale la testimonianza del grandissimo Alberto Martini, confermano la straordinaria varietà di esperienze e di suggestioni di quella stagione davvero unica nella storia dell’arte italiana.

Federico Bano