Breve introduzione di Carlo Sisi

Organizzato in otto sezioni tematiche, il percorso della mostra si svolge dagli anni ottanta del XIX secolo per giungere alla vigilia della prima guerra mondiale: un arco di tempo che segna il passaggio, nelle arti figurative, dai temi del Realismo e del Naturalismo alle poetiche del Decadentismo, alimentate, queste ultime, dalla scoperta dell’inconscio e dal suo straordinario apporto di suggestioni e immaginazioni.

La mostra – la prima dedicata all’arte del Simbolismo in Italia – presenta una selezione di opere fondamentali che raccontano l’avvincente tramonto del secolo nel segno di uno spiritualismo estetizzante favorevole al mito, al sogno, all’enigma, al mistero. Opere che, nel loro insieme, ricostruiscono l’acceso dibattito sulla missione dell’arte in anni di decisive mutazioni sociali; ed evocano, nello stesso tempo, la temperatura sentimentale che aleggiava intorno ai circoli letterari e filosofici governati da personalità del calibro di Gabriele D’Annunzio e di Angelo Conti, ai cenacoli musicali devoti a Wagner e impegnati in esperimenti sonori d’avanguardia, al grande laboratorio delle Esposizioni finalmente aperto ai movimenti europei e agli artisti, come Klimt e Böcklin, che diverranno esempi di vita artistica non convenzionale.

Proprio con una esposizione, la Triennale di Brera del 1891, si apre l’itinerario della mostra che presenta affiancate Le due madri di Giovanni Segantini e Maternità di Gaetano Previati, rara occasione di rivedere a confronto i quadri che sancirono, al loro apparire, la sintesi fra la tecnica del divisionismo e i contenuti simbolici che quello stile consentiva di rappresentare. La sezione che segue, dedicata ai ‘protagonisti’, riporta subito l’attenzione sui volti e sui temperamenti degli artisti italiani e stranieri che fra Otto e Novecento parteciparono direttamente a quell’avventura poetica intesa a superare le verità del naturalismo in favore di un’ ‘audacia ideista’ per molta parte debitrice dei movimenti d’oltralpe raccolti intorno al celebre Manifesto del 1886 di Jean Moréas e all’ “arte di pensiero”, che avrebbe maturato la condivisa poetica degli stati d’animo.

“Un paesaggio è uno stato dell’anima” scriveva appunto Henry-Frédéric Amiel e a questo principio è ispirata la sezione della mostra che trattando del sentimento panico della natura espone opere dove prevalgono, nella rappresentazione del paesaggio, la nebbia, i bagliori notturni, la variabilità atmosferica, le situazioni insomma più facilmente collegabili alla psicologia turbata degli intellettuali di fine secolo: non a caso si è scelto di porre come prefazione a questo tema l’ Isola dei morti di Böcklin nella raffinata ed inedita versione di Otto Vermehren, e di affiancare ai dipinti di Vittore Grubicy, di Pellizza da Volpedo, di Plinio Nomellini.

Nel reagire alle crude indagini del verismo sociale, lo scandaglio dei simbolisti sondava piuttosto il mistero della vita, che è il soggetto di un’altra sezione della mostra in cui la rappresentazione di azioni quotidiane – la processione, le gioie materne, il viatico, la partenza mattutina – rivela l’identità dell’artista veggente, che aveva il compito, secondo le teorie simboliste, di decifrare il mondo dei fenomeni e di cogliere le affinità latenti e misteriose esistenti tra l’uomo e la realtà circostante. Alle soglie del Novecento, Angelo Conti affermava che la natura, anche nelle sue calme apparenze, era “tutta uno spasimo, una frenesia di rivelarsi ed esprimere, per mezzo dell’uomo il segreto della sua vita”: un segreto che spesso era demandato a rappresentazioni dense di rimandi letterari, di evocazioni mitologiche cariche di sensualità, in cui l’artista esibiva la propria cultura ma soprattutto la sua capacità di trasformarne quei contenuti in immaginazioni rare e coinvolgenti. L’ispirazione preraffaellita domina la pittura di Giulio Aristide Sartorio, Adolfo De Carolis realizza le aspirazioni figurative di D’Annunzio, Galileo Chini intesse sontuose e iridescenti allegorie, Leonardo Bistolfi interroga la Sfinge, Gaetano Previati riscopre nella storia il dramma di Cleopatra: le sezioni che illustrano il mito e l’allegoria propongono i capolavori di questi artisti mettendone in evidenza la portata internazionale attraverso il confronto – clamoroso per importanza e qualità – con le opere di Gustav Klimt e di Franz von Stuck.

E’ nella sezione dedicata al ‘bianco e nero’, cioè alla nutrita produzione grafica degli anni fra otto e novecento, che meglio si comprende il dialogo serrato degli italiani con la cultura figurativa mitteleuropea, impegnata ad indagare i più riposti sentimenti dell’uomo, i suoi fantasmi interiori. Spiccano in questa i fogli di Alberto Martini, di Romolo Romani, di Giovanni Costetti, del giovane Ottone Rosai, che variano dall’allegorico, al fiabesco, al fantastico, all’orrido, confermando l’idea allora ricorrente che solo attraverso il disegno si riuscisse a preservare la spiritualità della visione dalle scorie della quotidiana esperienza. Il percorso della mostra si conclude nella ‘Sala del Sogno’, che alla Biennale di Venezia del 1907 aveva consacrato le istanze e le realizzazioni della generazione simbolista creando una vera e propria scenografia affidata all’ingegno decorativo di Galileo Chini e agli artisti che, con la loro militanza, avevano contribuito ad alimentare le poetiche del ‘piacere’ e dell’inquietudine, della bellezza medusea e del mito, della spiritualità e degli stati d’animo, sostenendole con tenacia fino alle soglie della rivoluzione futurista.

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