Le prime fasi della “macchia”, di Fernando Mazzocca

Testo tratto dalla conferenza del Prof. Fernando Mazzocca “Signorini a Padova”, del 4 dicembre 2009

…Signorini sperimenta costantemente, una sperimentazione la sua (che si può seguire attraverso le sue opere) legata ai viaggi e ai soggiorni di studio fondamentali nella sua carriera. Viaggi in Italia e all’estero che l’hanno reso un pittore anche per questo non locale, non toscano ma nazionale e internazionale.

Fig. 1	T. Signorini, Portici a Venezia, 1856-1857

Fig. 1 T. Signorini, Portici a Venezia, 1856-1857

Fig. 2	T. Signorini, Il quartiere degli Israeliti a Venezia, 1860 circa

Fig. 2 T. Signorini, Il quartiere degli Israeliti a Venezia, 1860 circa

Signorini ha iniziato la sua carriera di sperimentatore e innovatore proprio a Venezia, dove ha soggiornato all’inizio della sua formazione due volte: nel 1856 e nel 1858. È proprio in questa città che egli elabora l’idea di una moderna pittura legata alla nuova tecnica della macchia, che nasce nel capoluogo veneto, ed è lui stesso a ricordarlo quando afferma di essere venuto a Venezia per studiare non solo nei musei, ma “anche nei canali”. Quindi nei musei studiava l’arte del passato, la grande arte veneziana basata tutta sul colore che poi lui ripropone nel linguaggio macchiaiolo. E poi nei canali osservava la luce, e dall’osservazione della luminosità speciale che si cattura lungo i canali veneziani, ha elaborato un nuovo tipo di arte basata proprio sulla sperimentazione dei contrasti di luce. Vediamo alcuni esempi di questi suoi inizi veneziani: questa veduta di portici che si trovano nella zona della scuola di San Rocco (fig.1), una veduta ancora tradizionale e abbastanza scontata ma innovativa per quanto riguarda lo stile così luminoso e così fresco. E subito un’altra, la veduta de Il quartiere degli israeliti, cioè del ghetto (fig. 2). Rappresenta in questo caso un quartiere di Venezia che nessuno rappresentava, una Venezia povera, un po’ degradata che non era nel sogno degli stranieri, nelle abitudini visive dei viaggiatori che venivano nella città lagunare. Questo è solo il bozzetto di un grande quadro che purtroppo è andato perduto e che quando Signorini espose per la prima volta a Torino suscitò un grande scandalo sia perchè era dipinto in una maniera allora incomprensibile con questa tecnica della macchia, sia perchè rappresentava un luogo povero, sgradevole, non così attraente. Signorini intendeva in questo senso fare un’opera innovativa, polemica e provocatoria.

Fig. 3	T. Signorini, Il merciaio di La Spezia, 1859

Fig. 3 T. Signorini, Il merciaio di La Spezia, 1859

Fig. 4	A. G. Decamps, Interno di corte rustica a Fontainebleau, 1848-1850

Fig. 4 A. G. Decamps, Interno di corte rustica a Fontainebleau, 1848-1850

Il secondo importante viaggio soggiorno di studio porta Signorini in un altro luogo che poi sarà a lui molto caro per tutta la vita: la zona del Golfo della Spezia, qui Signorini dipingerà all’inizio e alla fine della sua carriera. Tra i suoi dipinti più belli ricordiamo questo, Il merciaio di La Spezia (fig. 3), in cui comincia a confrontarsi con la pittura europea, in questo caso con Decamps (fig. 4): vedete che l’impianto del quadro, il taglio visivo è molto simile con quel cielo in alto, la scala, l’edificio molto ravvicinato; però poi il modo di dipingere è completamente diverso. Signorini molto più nuovo, molto più incisivo, anticipa molto più l’impressionismo rispetto al collega europeo. Dipinti come Il quartiere degli israeliti a Venezia, Il merciaio di La Spezia, impressionarono molto la critica e il pubblico che cominciarono ad attaccarlo. Ricordiamo per esempio che il critico York disse che uno dei suoi quadri sembrava una frittata ripiena di vacche in gelatina perchè l’immagine non era tradizionale, ma era un’immagine invece mangiata dalla luce, e questa bellezza i critici internazionali non riuscivano a capirla.

Fig. 5	T. Signorini, Uliveta ad Antignano, 1859-1861

Fig. 5 T. Signorini, Uliveta ad Antignano, 1859-1861

Fig. 6	C. Troyon, Stada nel bosco, 1860

Fig. 6 C. Troyon, Stada nel bosco, 1860

Poi Signorini irrequieto si sposta e continua a sperimentare altre novità in un soggiorno di studio nell’alta Toscana, tra Livorno e Castiglioncello. Castiglioncello era un luogo molto caro ai macchiaioli perchè vi era una tenuta di Diego Martelli dove venivano ospitati. Qui vedete questa Uliveta ad Antignano (fig. 5), che è nella zona attuale dell’Ardenza, vicino a Livorno. In questo quadro Signorini sperimenta nel 1861 questa straordinaria visione del paesaggio atmosferico tutto sfuocato nella luce, che ricorda alcuni francesi della scuola di Barbizon come Strada nel bosco di Troyon (fig. 6). I primi anni ‘60 sono gli anni migliori della macchia, una fase molto breve che per Signorini si conclude già nel ‘62, per cui è sbagliato parlare di lui come un pittore macchiaiolo, in quanto la fase macchiaiola è solo quella iniziale della sua carriera.

 Fig. 7	T. Signorini, Acquaiole a La Spezia, 1862

Fig. 7 T. Signorini, Acquaiole a La Spezia, 1862

L’ultimo capolavoro della macchia è lo straordinario Acquaiole a La Spezia (fig. 7) del 1862. Qui Signorini adotta questo formato stretto che gli consente una straordinaria visione panoramica del luogo e di creare questo dinamismo della figura che attraversa lo spazio e sembra poi voler lasciare il recinto del quadro. Questo quadro corrisponde molto bene a un ricordo di Cecioni, che evocando l’esperienza macchiaiola ricorda che Signorini si trattava effetti di luce dipingendo donne portanti brocche d’acqua in capo (i soggetti che prima la pittura non riteneva degni di essere rappresentati).